I colori dell’oasi

Tamerza 33

Oltre la porta, la vita. Oltre le pietre, l’acqua. Oltre il deserto, i frutti. Oasi di montagna, oasi del Sahara, oasi di Chott, e poi berberi, tradizioni, storia. Fonti di vita e di ristoro, ma anche esempi di ingegnosità umana e paradigma agricolo unico al mondo.

Dire cos’è un’oasi senza cadere in luoghi comuni. Difficile.

La mente di chi viaggia (e non solo) è già spesso colonizzata da modelli precostituiti, da figure retoriche che inconsciamente si affacciano quando l’occasione si presenta. L’oasi, non solo palme, ma soprattutto ingegnosità e capacità umana di far sorgere, laddove sembrerebbe impossibile, la vita.

In principio l’acqua, poi la terra, i germogli, le piante, i datteri. Ma non basta, ho bisogno di altri frutti, di legumi, di tuberi, di erba per gli animali. Per strappare al deserto ciò di cui ho bisogno, di cui la mia famiglia ha bisogno.

Ma l’oasi non è l’antitesi al deserto, ne è un complemento.


Si dice che il Sahara è un cielo notturno in cui le oasi sono le stelle che brillano per guidare i viandanti.

L’oasi fonte di vita e tappa obbligata dei viaggiatori di ieri come quelli di oggi. L’oasi è ombra, è il verde cha fa bene agli occhi, stanchi di stringere le palpebre per limitare la luce abbagliante, aggressiva, senza pietà.

L’oasi è coltura stratificata, dalle palme che regalano la loro protezione agli alberi da frutta, che proteggono a loro volta le colture inferiori, realizzando una serra naturale dal microclima straordinariamente efficace.

L’oasi è anche storia e tradizioni, che si amalgamano e completano con quelle dei popoli del deserto, dei nomadi e seminomadi del Sahara, allevatori che sono diventati anche agricoltori.

L’agricoltura è il motore primordiale che ha trasformato le primitive oasi in vere e proprie industrie, per il consumo interno e per l’esportazione, in particolare del dattero.

Malgrado i cambiamenti, la meccanizzazione e l’industrializzazione, la magia dell’oasi non è scomparsa, è sempre li per chi la sa cercare, per chi è nomade nello spirito, ma ha bisogno di una meta per continuare a viaggiare.


Fotografie e testi di Massimo Zecchini, ne è vietato l’uso e la riproduzione senza il permesso scritto dell’autore: massimo.zecchini@ngi.it


 

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